Miseramente caduto nel vuoto il mio appello ai vertici alti, si torna a giocare di domenica. Federazio’, fatte magnà ‘l core! Dunque, avendo passato in rassegna il prontuario delle scappatoie dell’ultimo minuto, provo a buttaje là le scuse da medaglia, le uniche che avrebbero potuto sottrarmi dall’interminabile itinerario di cui sette giorni or sono vi dicevo (perché, parliamoci chiaro, con una suocera A.Ci.Da. appresso, sai quando parti ma non se ritornerai) e speranzoso, gioco le mie carte: “Ma nun c’avessimo da anna’ a fa la cicoria al Pratale?” E ancora. “Ma che diche, le fiore stamane co’ sta brina l’avranno avuta?” Muro. L’anziana donna non raccoglie; a questo punto non mi rimane che l’autolesionismo di un po’ di Guttalax nel latte e caffè. Se non fosse che a me non è concesso nemmeno il tempo del rancio mattutino; perché la sveglia da trebbiatura, quella de ‘na volta col pollastro inquadrato mal mezzo, ideale panacea per i soggetti particolarmente sensibili alle lusinghe della letargia, attacca ‘na ninnica: Chicchirichi e Chicchirichi e Chicchiri-chi-t’ha-comprato-c’ha-che-fa. Sette e trenta in punto ed ella è già lì, occhi spalancati come un gufo, ad osservare ogni tuo movimento. Azzardite ‘m po’ a accenne la caffettiera!
Giro de le cimitere. Manco il tempo di una scaldatina ai vetri e via, poca visibilità e un portabagagli che sembra la Selva de’ Meana. Al punto fatidico, pensando a quale pomeriggio di calcio avrei rischiato di perdere se la giornata non fosse proseguita al meglio, ma realizzando di aver avuto troppo poco tempo per ripassare i mutevoli e intricati rami famigliari (al sabato sera ha giocato la Serie A), decido di provare a conquistarla con alcuni episodi di me fanciullo che funzionano sempre: “‘L poro zi Gino che me metteva a sceje ‘l vinco pe le capagne”, e “‘l nonno che, quanno sessimo fije, m’obbligava a ricalzà le patate”. Ricordi anche commoventi, sul serio.
Orbene, cari irriducibili del calcio, avvezzi ai sacrifici domenicali e magari, come me, anche al digiuno perché, tra tricchete e tracchete, tra trisavore e pronipote, se so fatte le due, arriviamo all’inizio della cronaca ufficiale. In questa domenica trascorsa così, tra fitti ricordi di un tempo e barriti di vuvuzela, mi lancio in una bucolica citazione letteraria augurandomi che il racconto, così impennato verso altri livelli culturali, possa risultare gradito anche agli spiriti A.Ci.Di più esigenti. La rivisitazione seguente prende spunto dai Canti di Castelvecchio, raccolta poetica pascoliana, pubblicata per la prima volta nel 1903, in cui la rievocazione e l’immaginazione di un ritorno al paese natale la fanno da padrone. Sensazioni comuni assaporate da quegli alleronesi lontani di rientro al borgo soltanto sotto le feste e da me medesimo, da quando, ancora bardassetto, riconobbi l’aria di casa mia tornando da un memorabile pomeriggio al SuperCinema. Scappottassimo la retta de Santo Sano co’ la Lambretta e l’aria de casa cominciava a battice sul muso! Non so a voi, ma a me, ancora oggi, sembra che in quel punto cominci il mondo.
Torniamo alla lirica. L’esordio mi pare facesse così: Oh A.C.D. vestita di nuovo/ rossastra come le cerre de PoggioSpino/ Ogni domenica provata dal rovo/ porti le maglie Alessandrine/ porti le calze che la Giuseppina ti cuce/ che non mutasti mai da quel dì/ che non costarono un picciolo/ invece costa il vestito che ti cucì. Onore a chi, un tempo, rese glorioso l’Allerona facendone una squadra, un’ancora di salvezza e un vessillo identitario a cui ancora oggi siamo aggrappati. Onore al nostro Presidente, allora riccioluto terzino, che quelle vecchie strisce rossoblù ha rispolverato (con tanto di presentazione Ufficiale e aperitivo per tutti in stile alleronese. Grazie!) Onore ai nostri tifosi (tanti) che superdotate de ‘gni cosa (trombette, corni, grancasse, megafoni e quant’altro) sono accorsi a salutare i ragazzi vestiti di nuovo.
A proposito di questo, confesso, proprio a due minuti dall’inizio, sulle note dell’inno, il mio pensiero è andato agli audaci alleronesi (Leandro Forcella e Fausto, noto ai più come Sciardone, tra gli altri) che ebbero l’onore (e l’onere, perdonatemi!) di vestire le prime maglie. Quelle granata, di pura lana vergine, gentilmente donate, in seguito alle pressanti richieste del tifosissimo Tiberi Pietro, niente po’ po’ di meno che, dal grande Torino. Ebbene sì, i nostri esordi, sul nascere degli anni ’70, furono segnati dalla stessa società in cui molti anni prima militò con successo un promettente giovane chiamato Virgilio Maroso.
Legati da un pezzo di storia comune, ci apprestiamo ad affrontare questo match complicato. La squadra ternana lotta per la vetta del campionato di Terza Categoria, vantando uno tra i migliori reparti offensivi e difensivi. Tuttavia, anche oggi, il nostro tradizionale ed ereditario stile sovrasta quello, giallo canarino, proposto dagli avversari. Eh, regà, la classe nun se sciacqua!
Amanti del bel gioco, tifosi accaniti, nonni accorsi a Mattio col boccione del rosso sull’Apetto, a questo punto, non prima di annunciare il solido schieramento dispiegato da Mister Mou, avrei da raccontarvi di un’importante mezz’ora di calcio. Scendono in campo per i nostri, Ludovico tra i pali; in difesa si battono il diligente Eurostar dello Scalo, l’oggi sfortunato Cannavaro de Bardanella, il finalmente concentrato Fico e l’Innominato; a centrocampo, disposti a rombo, giostrano il nostro puntuale Assessore, Fringuello concreto e rapido, l’indemoniato Frullicone e l’acciaccato Captain Tardiolo. Fendenti in avanti sono i ritrovati Brigante de Meana e Papallino.
Al pronti-via la lotta è in mezzo al campo e, nonostante l’ineccepibile ordine e i buoni piedi degli avversari, i nostri pupilli giostrano bene in diverse occasioni, concretizzando in scambi importanti e arrivando anche al goal con una davvero bella azione corale.
Sciulli insacca ed è un vero spettacolo. In campo e sulla greppa si sprecano gli applausi. Restiamo in equilibrio dando prova di concretezza fino al ventottesimo del primo tempo quando, a seguito di un rigore, i Marosini passano in vantaggio, di reti e di uomini. Da qui, pian piano, il match assume un altro aspetto e il risultato, seppur schiacciante, non rende giustizia ai nostri amati fratelli in mutande che, rinforzati grazie agli ingressi dalla panchina di Riccitelli, Re David, Marchignani, ‘l Cholo e Bilancini, persistono senza tregua cercando la rimonta.
Mi perdoneranno i nostri lettori ma a questo punto, volendo ridimensionare la sconfitta e conservare il giusto spirito per domenica prossima, il racconto andrà via così, come è venuto, tra i ricordi. Sono quelli un po’ sbiaditi delle nostre vecchie foto in bianco e nero: l’eredità A.Ci.Da che abbiamo lasciato ai nostri figli. Una tra queste, storica, immortala alcuni tra i giocatori dell’Allerona anni ’70 (che nostalgia di quelle partite giocate il pomeriggio della festa in onore de Sant’Anzano -sì co’ la zeta!- contro una squadra del comprensorio! Che gioia infinita, dopo la vittoria, salire in sei o sette calciatori, madidi di sudore, sulla 500 truccata dell’Asinello, con un trofeo che a noi sembrava davvero la Coppa Rimet, e imboccare, tra la folla festante -grazie tifosi alleronesi!-, la salita che portava al bar gestito dall’indimenticabile Sestilio Franzini, per spruzzare, generosamente con lo spumante, il meritato premio e gli astanti).
Immaginerete che gran seguito di pubblico dal particolare dei dieci schierati con l’undicesimo a scattare la foto! Mejo poche ma bone! Era il nostro motto. Riconoscerete, tra gli altri, il leggendario Chicche, Mauro Pietrella, il Dieci, Ciucciornia-Torrini, la capigliatura rockettara del Jolly, ‘l Gufo e l’Asinello e... . Si giocava (e se vinceva, sa!) nel campo giù alla Madonna dell’Acqua, un rettangolo smorganato, con un palo della luce piantato al centro (ancor oggi, circa 40 anni dopo, sogno spesso di andare a sbattere, per inzuccare la sfera, contro il famigerato pilone dell’Enel) che ogni anno, all’arrivo delle gare di motocross, serviva anche come pista per le competizioni. Alla fine, a noialtri rimaneva il cumulo di terra per i salti piazzato là in mezzo e se alcuni prontamente lo evitavano, altri, audaci, lo risalivano, palla al piede. In fondo, come diceva uno dei nostri primi sostenitori: “doppo la salita viene la scesa”…

Leggendaria squadra quella della foto! Che beitempi!
RispondiEliminaChe bel racconto, chiudo gli occhi e rivedo tutti a corre dietro a un pallone, i grandi che giocano noi più piccoli sulla linea laterale, ma non dalla parte del muro ma da quella della frana perchè noi si giocava solo quando la palla andava giù e il più veloce a saltà le balZe recuperava il pallone e aveva L'ONORE de fà la rimessa co le mani.BELLO RIMENBRA'. Per quanto riguarda la partita di domenica voglio comunque ringraziare i RAGAZZI perchè ce l'hanno messa tutta e soprattutto ho visto le loro facce negli spogliatoi dopo la partita e finalmente ho capito che "ciavemo" na squadra vera. p.s. ora maspetto solo de vedelli mitici come i vecchi del 70.
RispondiEliminaMamma mia quella foto! Vi prego, insegnate al Gufo a digitare. Io che ignoravo il suo passato sportivo, lo ritrovo accucciato a vestire i panni del calciatore serio. Avrei bisogno di chiedergli come c'era finito!
RispondiEliminaBellissimi tempi andati. C'è una linea che unisce le due squadre. C'è una voglia di stare insieme, di far bene, di divertirsi, di elevare il nome del nostro paese. Oggi, come allora, sempre forza acd allerona!
RispondiEliminaNonostante la sconfitta e la figuraccia fatta di fronte al nostro Presidente, io che notoriamente non ce capisco un cazzo de calcio continuo a crede che st'ACD è forte. Fermo restando che la squadra c'è già, annuncio che per motivi di ordine medico, la squadra sarà rinforzata da almeno un portiere e un difensore. Se sarà possibile anche un attaccante. Però nun la pijate pe bona.
RispondiEliminaC'ero anch'io. Le magliette erano pesanti ma non pizzicavano più. Che tempi! Il campo si è trasferito un po' più in là ma ancora aleggia quello spirirto di gruppo che ci ha fatto sognare in un fututo migliore!
RispondiEliminaStupenda la foto strepitosi i racconti di tutti coloro che ricordano e nella speranza che quelli che giocano adesso e che hanno tute borse giacche a vento e bottiglie d'acqua a volonta' ad ogni partita capiscano ancor di piu' cosa vuol dire andare in campo per difendere i colori della squadra che rappresenti.
RispondiEliminaVolevo approfittare per chiedere scusa al presidente per la mia assenza di domenica al bar
ma ho spiegato a lui i motivi che mi hanno portato a disertare quell'appuntamento.
Quindi giustificazioni in privato e scuse in pubblico.
Grazie a tutti i ragazzi che veramente stanno facendo tanto teniamo duro che spero verranno momenti migliore.
Volevo dire: un FUTURO MIGLIORE
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