lunedì 15 ottobre 2012

Di diluvi, di risse e di inni






Eppure la mattinata non era iniziata male: tempo quasi primaverile, cielo sereno, buon umore…
Il diluvio reale (e metaforico) è arrivato un po’ più tardi, quando, al convivio domenicale organizzato dalla mia signora per il fido & Co e la di lui consorte, s’è scatenato ‘l putiferio. Perché, vi chiederete? 
Perché, come cantava il saggio Paolo Conte, le donne a volte sì sono scontrose, e vogliono rovinarci anche il recupero settimanale dell’infanzia legata al nostro amato football. E quindi, c’hanno fatto ‘l capo storno con
aridaje co’ ‘sto pallone, sete vecchie! Ete capito?!, Bighellone che nun sete altro!, La smettete de fa’ tutte ‘ste spese pe’ corre dietro a ‘sta squadra ripezzata!, La mi mamma nun ne po’ più (ma poi che c’entrerà mia suocera nel dibattito calcistico?!), io chiedo ‘l divorzio, annate a stà de’ casa col Bello! 
Insomma chi più ne ha, più ne metta. Il mio leale collaboratore, per cercare di aggiustare la difficile situazione (neanche l’ottimo livello del tacchino arrosto, da me cucinato secondo un’antica ricetta francese a base di frutti secchi e prugne, era riuscito a calmare le acque), ad un certo punto, dopo l’ennesimo improperio lanciato nei nostri confronti dalla sua signora, alla quale la mia consorte faceva da corifeo, ha buttato là, tanto per salvarci: “e poi te l’ae tanto col pallone, ma te see anche commossa quanno ae sentito l’inno de l’irlandese…”.
Io, lì per lì, non ho capito esattamente di che cosa stessero parlando, ma lo stratagemma del buon giornalista (calcistico)  alleronese mi sembrava intelligente: cambiare tono e metterla sul sentimentale.  
Un ben mirato calcetto sotto il tavolo da parte dell’amico & Co., mi ha fatto capire, quasi subito, l’importanza del filone volemisebbene e considerata l’ora già tarda per dirigerci al Tardiolo, abbiamo intonato a cappella, per la signora & Co., la canzone che durante l’incontro Spagna-Irlanda, celebratosi a Gdansk, i tifosi irlandesi, pur perdendo per ben quattro gol a zero, intonarono  a coro: The Fields of Athenry. 
Con la strada ormai spianata, con le sciarpe rossoblù (mi piaci tu) in mano, colpiti dagli sguardi al lanciafiamme de la mi moje, e mentre le ugole modulavano:

Low lie, the Fields of Athenry

Where once we watched the small free birds fly.

Our love was on the wing, we had dreams and songs to sing,It's so lonely 'round the Fields of Athenry.

abbiamo celebrato felici e festanti lo scampato pericolo. Giove pluvio cominciava a minacciare, però, i cieli alleronesi autunnali e mentre i nostri ragazzi si stavano scaldando sul manto del Tardiolo, è venuta giù la fine del mondo! Noi, imbufaliti, e senza neanche aver potuto assaggiare un po’ de bombo bbono, ci siamo rifugiati alla bell’e meglio nell’automobile del fido & Co.

Alle 15.40 quando l’arbitro, un ragazzetto che non avrà avuto più di 17-18 anni, aveva ormai  deciso di rimandare il match, attenzione (!), è uscito il sole!! Saranno state le paralise de la mi moje?!!

Fatto sta che il Tardiolo era una piscina impraticabile (la giramo a pallanoto?). Abbiamo fatto ritorno, mesti, pronti all’ennesimo rissa casalinga, ma almeno, durante il breve tragitto, ci siamo sentiti un po’ irlandesi (e soprattutto trapattoniani) anche noi. Con le sciarpe al vento, sporte dai finestrini, abbiamo cantato The fields of Athenry a squarciagola.

W noe! 


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